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Episodio 5: Una mente che vaga è una mente infelice. Estratto dal Capitolo 7 del libro. "Ti vedo figlio mio, perché ho visto me stesso". 

Un gruppo di ricercatori americani ha sviluppato un’applicazione Web per iPhone,  per creare un database insolitamente ampio, con dati in tempo reale, sui pensieri, sentimenti e azioni di una vasta gamma di persone mentre queste svolgevano le proprie attività quotidiane. L’App contatta i partecipanti tramite il cellulare in momenti casuali durante le ore di veglia, presentando delle domande e registrando le risposte nel database, che contiene quasi un quarto di milione di report, con circa 5000 persone provenienti da 83 paesi diversi, con un’età compresa tra i 18 e gli 88 anni e 86 categorie professionali.

Uno dei primi dati emersi, è stata la constatazione della natura divagante della mente, nel 46,9% dei soggetti.  

In secondo luogo, è stato visto che le persone erano meno felici quando le proprie menti vagavano rispetto a quando non lo facevano, inoltre questo era vero durante qualsiasi attività si stesse svolgendo.   

Terzo, anche quando le persone pensavano ad argomenti piacevoli mentre facevano la loro attività corrente, comunque non erano più felici.

“La mente umana vaga mediamente “per la metà della vita quotidiana”

In sintesi, la mente umana vaga mediamente “per la metà della vita quotidiana” e pensa spesso in modo spontaneo alle priorità personali estranee ai compiti da svolgere. Il vagare della mente nel campione di persone, era generalmente la causa e non semplicemente la conseguenza, dell’infelicità. La mente umana è una “mente che vaga”, una sorta di macchina pensante indipendente dagli stimoli esterni. 

Antiche tradizioni orientali hanno affermato come l’inconsapevolezza di questa “mente irrequieta” sia la causa principale del nostro stress e della sofferenza personale, adesso confermato da alcune delle ultime scoperte neuroscientifiche. Ciò che la neuroscienza ci aiuta a capire è che non stiamo parlando di una caratteristica psicologica, “ma di una modalità di funzionamento predefinita del cervello”.

“Il paradosso è che una mente che vaga è una mente infelice.”

Il paradosso è che una mente che vaga è una mente infelice. A differenza di altri animali, la capacità dell’uomo di pensare a ciò che non sta succedendo, a ciò che potrebbe o a ciò che dovrebbe accadere, è un risultato evolutivo che ci ha consentito di pianificare, prevedere e anticipare in modo efficiente, ma con un alto costo emotivo: l’infelicità.

Quindi, pensare a ciò che “non sta accadendo” tanto spesso come a “ciò che sta accadendo”, è diventata la fonte della nostra infelicità e di sconnessione dalla realtà. La stessa capacità che ha posizionato la specie umana in cima alla piramide dell’evoluzione, da un altro canto è la causa stessa della miseria e sofferenza nelle relazioni ed esperienza umana in generale. Sembra una tragedia greca, siamo l’eroe infelice.  

È comune a molti percorsi di crescita interiore, proporre il cercare di alterare o controllare i pensieri, per portare una sorte di calma o pace interiore, usando purtroppo lo stesso strumento pensate, “la mente che vaga”. Oltre ad essere una grossa contraddizione, la “persistenza del pensare” ha una spiegazione neurobiologica, rispondendo alla modalità di funzionamento predefinita del cervello: cioè “vagare”. Bisognerebbe intervenire sul cervello, portando qualche mutazione per poter alterare questo meccanismo.  

“Bisognerebbe intervenire sul cervello, portando qualche mutazione per poter alterare questo meccanismo.”  

La scomoda verità è che qualsiasi intenzione di sublimare, modificare, alterare o cambiare questa realtà, non fa altro che rafforzare la stessa cosa di cui stiamo cercando di sbarazzarci: “una mente irrequieta che non smette di vagare”. 

Quando siamo coinvolti in questo pensare che è una realtà persistente, non vediamo ciò che accade intorno a noi e agli altri. La vita ci sfugge tra le mani. 

Ad esempio, siamo al lavoro, seduti alla scrivania, quando improvvisamente sentiamo la voglia di fare una pausa. Camminiamo verso i bagni immersi  in questo vagare della mente e torniamo dopo cinque minuti. È successo qualcosa di nuovo nella nostra vita? Abbiamo visto quel collega che aveva bisogno di aiuto? O il ragazzo del corriere che sorridente ha portato un pacco alla persona seduta nel cubicolo a due posti da noi? O le cime degli alberi che si muovevano graziosamente con il vento dove una famiglia di uccelli, giocava visibilmente attraverso l’enorme finestra vicino ai servizi igienici? Questi dettagli e molti altri ci vengono offerti ogni giorno come possibilità di connessione con gli altri e con la vita in generale. 

“L’altro “appare” quando il coinvolgimento ossessivo dell’io con se stesso cessa.”

Essere continuamente impegnati nei pensieri, fa nascere la percezione dell’abitudine. La vita diventa abitudinaria e spesso noiosa. Quando tutto gira attorno “all’io” non c’è freschezza né qualità nelle relazioni, specialmente nell’essere genitori. Si perde la grazia del sentimento di essere presenti ma anche il godersi i momenti semplici, come una passeggiata, una pausa al lavoro o una domenica pomeriggio a casa con i propri figli. Non è possibile essere impegnati “nel pensare” ed essere attenti all’altro allo stesso tempo.

L’altro “appare” quando il coinvolgimento ossessivo dell’io con se stesso cessa. Così i sensi prendono vita e vediamo, sentiamo e ci connettiamo con gli altri. Ascoltiamo i nostri figli, notandoli come se fosse per la prima volta. I loro bisogni più profondi diventano riconoscibili, e solo allora sappiamo cosa e come rispondere alla relazione, abbandonando ogni forma di reattività. 

Il pensare è diventato almeno il 50% del tempo, un automatismo, una compulsione, un’atto incosciente nella vita di tutti giorni. E’ così, va avanti da millenni. Pensare, quando e se necessario, ci sta. Ma quando non lo è, è uno spreco di vita. Fino a che punto ci serve veramente pensare quando annusiamo un fiore, quando guardiamo un tramonto, quando baciamo nostro figlio, quando andiamo a fare una passeggiata con il nostro cane o quando facciamo quella “pausa di 5 minuti” al lavoro? Se è una pausa, perché impegnarsi nel fardello di pensare? 

La verità a che non possiamo fare meno. 

“La capacità di pensare a ciò che non sta accadendo è un risultato cognitivo con un altissimo costo emotivo per ognuno di noi.”   

La scienza moderna e la filosofia occidentale, possono essere sintetizzate in modo preciso dal primo principio della filosofia di Descartes: “Penso, quindi esisto”. Tuttavia, lo stesso postulato assume un significato completamente diverso quando ci rendiamo conto dell’inevitabilità della persistenza del pensiero: “penso, quindi sono infelice.” O come afferma la neuroscienza, una mente che vaga è una mente infelice. La capacità di pensare a ciò che non sta accadendo è un risultato cognitivo con un altissimo costo emotivo per ognuno di noi.   

Ecco che prima prima o poi, dobbiamo rispondere onestamente la domanda: se il pensiero avviene nonostante la volontà e a nostro malgrado, qual’è il ruolo di colui che presumiamo stia “pensando”, ovvero, “l’io che crediamo di essere”? 

Se fosse possibile uscire completamente da questa dinamica, cosa accadrebbe a questo presunto pensatore o “io”?



Bibliografia: 

“A Wandering Mind Is an Unhappy Mind”. Matthew A. Killingsworth, Daniel T. Gilbert. Science, 12 novembre 2010: vol. 330, numero 6006, pag.932

 

“Experience sampling during fMRI reveals default network and executive system contributions to mind wandering”. Kalina Christoff, Alan M. Gordon, Jonathan Smallwood, Rachelle Smith e Jonathan W. Schooler. PNAS 26 maggio 2009, 106 (21) 8719-8724.

Sull'autore

Daniel Bravo

Laureato in Economia, sono nato a Santiago del Cile. Vivo attualmente a Valeggio sul Mincio. Coach e Trainer per oltre 20 anni, sono anche padre di un figlio di 10 anni. Grazie a lui ho avuto l’ispirazione e coraggio di scrivere il mio primo libro: "Il Viaggio di un Padre alla Scoperta di Se Stesso".

Ho creato un percorso di genitorialità e Auto-Realizzazione chiamato "Truthful Parenting" (Genitore Autentico), che intreccia l’esperienza vissuta come padre e 22 anni di meditazione e ricerca spirituale. Riflette un percorso interiore con oltre 15 viaggi in India e Messico e circa 200 workshop/corsi come Trainer/Coach.

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