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Perché l’autocontrollo non funziona?

By Daniel

Dicembre 30, 2020


Nell’ultima serata, abbiamo visto e studiato il paradosso dell’autocontrollo

Abbiamo analizzato in profondità il sutra, o principio, che dice: “Colui che cerca di controllare la sua esperienza, non trova la pace interiore né l’Auto-realizzazione”.

Quindi, per prima cosa, dobbiamo comprendere cos’è il controllo, e come nasce.

L’autocontrollo è, essenzialmente, un’attività dell’io condizionato, che rappresenta il cuore della mente. Tutta l’attività della mente gira intorno all’io. È come un governo che gira attorno alla figura del primo ministro o del presidente. 

Alla base del controllo, c’è la idea di dover e poter scegliere, associando questa azione (la scelta) con l’idea di libertà: quando abbiamo delle alternative per scegliere, pensiamo di essere liberi. Ma come abbiamo visto nelle serate precedenti, quando abbiamo ascoltato il noto filosofo Umberto Galimberti, l’idea di identità è incompatibile con quella di libertà. L’identità presuppone che siamo condizionati, che siamo fatti in un certo modo e che, quindi, non possiamo essere diversi da quel modo prestabilito di essere e di fare. Chi è introverso non è libero di non esserlo, e la sua identità lo attacca alla definizione: “io sono introverso”. Invece, dal punto di vista della Truthfulness, abbiamo compreso come dove c’è scelta non c’è libertà. Alla base, dobbiamo sempre chiederci: Chi sceglie? La risposta è l’io, ma questo è sempre condizionato, e nasce come frutto dell’influenza della cultura, della società, della biologia e della famiglia. Questo non è sbagliato ma semplicemente un dato di fato. 

Il controllo è una strategia di azione che può andare bene ed essere necessaria nel mondo esterno: devo controllare se ho fatto i miei compiti al lavoro, se ho pagato le bollette, se ho con me ciò che mi serve quando vado al mare. In questo senso, facilita il funzionare nel mondo, ma non l’essere nel mondo. Controllare ciò che si sente, spesso diventa repressione. Controllare i pensieri provoca intensa frustrazione e stress, e così via. E controllare la mente è una delusione, perché il controllo è un’idea che nasce nella mente, e che porta ad un’azione che, come risultato, perpetua il conflitto interiore. 

Il controllo presuppone anche giudizio, e questo è l’antitesi dell’accettazione . Come posso controllare i pensieri e/o le mie “emozioni”, se non c’è alla base un giudizio di valore, questo va bene e quell’altro non va bene? Questo è negativo, quello positivo. Inoltre, c’è un ulteriore presupposto, più profondo: io sono separato dall’emozione/pensiero, quindi la posso controllare. Tale predisposizione, o percezione, è alla base della divisione che porta conflitto nell’esperienza, quando, invece, la natura dell’esperienza è che è indivisibile, o non duale. Ovvero, non c’è il due, a livello di esperienza. 

Il controllo si alimenta di conclusioni, che non sono altro che una serie di immagini. L’immagine è come uno scatto, ma la realtà è dinamica, quindi, l’immagine non è mai la cosa, così come il menu non è mai il cibo. Ancora una volta, concludere serve per funzionare nel mondo ma, quando applicato al nostro mondo interiore e relazioni, significa la morte della relazione. Le persone non sono le immagini, così come il cibo non è il menu. Le relazioni vanno assaggiate ogni volta, allo stesso modo che il cibo. Loro si attualizzano da sole, nel mistero dell’esperienza che non sa a priori. Qui, abbiamo visto che i bambini ci insegnano molto al riguardo, dato che loro sono totali nella relazione, perché non hanno conclusioni prestabilite, quindi sono liberi dal desiderio di controllare. Quando il controllo comincia ad emergere in loro, è perché in essi si sta cristallizzando piano piano l’io.  

In particolare, il desiderio di controllare all’interno delle relazioni crea e alimenta dinamiche di manipolazione e dominazione dell’altro, e non di connessione, ascolto e vera comunicazione. 

I figli, quando piccoli, soprattutto nella fase del principe e dell’amico, innescano delle forti reazioni in noi genitori. Quello è il segnale che ci fa capire che siamo agganciati al passato. La reazione, infatti, nasce come frutto di una proiezione, sulla base delle nostre mancanze. Nessuno proietta quello che è o ha, ma solo quello che non è e vorrebbe essere o avere. 

Diventare consapevoli dei meccanismi di controllo, che si innescano come automatismi nella nostra esperienza interiore e nelle nostre relazioni, è l’unico modo per interrompere l’abitudine e testimoniare l’emergenza di qualcosa di veramente nuovo e sconosciuto, una porta verso la vera libertà interiore. Il segreto è scoprire che la vera consapevolezza non è mai un processo di scelta, ma di riconoscimento.

Vedere è essere liberi. Vedere è la destinazione finale. 

Il mio nome è Daniel Bravo

Laureato in Economia, Daniel è nato a Santiago del Cile. Ha fatto il project manager per 3 anni a L.A. (USA) e per uno a Singapore. Attualmente svolge l’attività di consulente energetico per PMI. Coach e Trainer per circa 16 anni, è padre di un figlio di 10 anni, che lo ha ispirato ad avere il coraggio di scrivere il suo primo libro: "Ti vedo Figlio? Esperienze di un Padre con la verità".

La sua vocazione è aiutare i genitori (in particolare se hanno figli piccoli) e i ricercatori spirituali, a trovare un percorso di Risveglio interiore basato sull'autenticità, guidando sempre con l’esempio. 

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