Quando ho iniziato il mio processo di ricerca interiore alla fine degli anni ’90, tra gli argomenti trattati dai monaci, uno, che aveva attirato molto la mia attenzione, era quanto fossero fondamentali i primi anni dello sviluppo degli esseri umani. La parola “condizionamento“, nuova per me, era costantemente presente in tutti i loro insegnamenti.  

All’inizio ho lottato e resistito nei confronti di questa idea, anche se, c’era ben poco da discutere. 

Il bambino arriva al mondo come un libro vuoto, su cui tutto è da scrivere. Le sue prime esperienze diventano le prime pagine del suo libro di vita, e con esse inizia una storia, che forma le mappe cognitive, mappe che determineranno il modo di conoscere e di sentire da adulto. Questo processo è particolarmente rilevante fino ai primi 6 anni di vita. 

Io cercavo di ribellarmi, pur di non accettare assolutamente questa idea che io fossi  condizionato. Sono stato cresciuto come la maggior parte di noi occidentali, con un concetto impresso in mente: “il libero arbitrio”; ma le prove che stavo trovando, erano  inconfutabili. 

Nascere in una particolare cultura vuol dire crescere in un insieme molto specifico di regole e valori. Questa cultura e questi valori non si scelgono, ma si impara a gestirli. Anche l’essere maschio o femmina, ci determina. La biologia e la sessualità sono condizionamenti importanti per la percezione, le esperienze e i pensieri che si avranno da adulti. Chi nasce, come nel mio caso, in una grande metropoli avrà un condizionamento diverso da chi lo nasce in un piccolo paese di campagna, perché il luogo influenza lo stile di vita, gli atteggiamenti,  le decisioni e le opportunità che la persona avrà. Anche l’essere figlio unico o il crescere con dei fratelli, definisce una storia completamente diversa. Mia moglie è cresciuta con la sua mamma quindi non ha mai dovuto condividere con nessuno il suo spazio e i suoi giocattoli. Io invece sono cresciuto nell’Amazzonia di tre fratelli maschi e ho dovuto lottare per ogni pezzo di pane in più a colazione, a pranzo e a cena! In più abbiamo condiviso la stanza e gli stessi giocattoli per anni: era peggio di uno spogliatoio!

Nel video, Galimberti racconta una storia di Jean Paul Sartre, che camminando in montagna cadde, finendo in ospedale con una gamba ingessata. Andò’ a visitarlo il suo amico Carlo Ponti, che gli chiese: “Non potevi farti accompagnare da una guida? Tu sai che il cammino su quella montagna è pieno di rischi”. Sartre gli rispose: “Ma secondo te, io, vado in montagna con una guida?”. “Certo che no”, asserisce Galimberti, “Conoscendolo, so che non sarebbe possibile”. Questo conferma che l’identità ci condiziona a comportarci in modi predeterminati e prevedibili, evidenza che collide con l’ipotesi che l’uomo possa godere di libertà’. Galimberti poi ribadisce, “Se una persona è come Sartre, non andrà’ in montagna con una guida, dovrebbe essere uno timoroso. Sartre invece era uno spregiudicato, una persona amante del rischio. Pertanto, andò da solo, cadde e si ruppe la gamba”. Ecco che l’ identità denota un sé condizionato o predeterminato, fatto che si scontra, ribadisco, con l’idea che tutti abbiamo di essere liberi. 

L’io è un processo psicologico di condizionamento. Identificarsi con questo “io”, con questa “identità”, vuol dire non essere liberi, quella è la conseguenza che nessuno ci ha insegnato a riconoscere. E’ questa la radice di tutti nostri problemi e delle nostre sofferenze. 

Nella genitorialità e nelle relazioni, l’identità individuale tende sempre ad imporsi anzichè spingerci a scoprire, momento per momento,  quale sia il ruolo che ci viene richiesto o che serve nella relazione. Ecco che la genitorialità e le relazioni si liberano quando comprendiamo che sono un gioco di ruoli, dinamico e imprevedibile. Esse diventano un qualcosa di vivo, il forno in cui la natura cuoce una esperienza umana diversa. 

Il premio, nel fare un tale passaggio, è quello di trovare se stessi, di scoprire la vera libertà e di incarnare una forma di lucidità in cui il conflitto o la sofferenza personale non hanno spazio. Quanto più intensa è la trasformazione, più assente sarà’ il conflitto. 

Come si fa a superare o andare oltre all’io? Il primo step è sapere che l’io è una costruzione sociale, culturale e sensoriale. Il bambino fino ai 18 mesi non ha un io o un  sé individuale, lo dicono sia la psicologia che le neuroscienze e alcune scuole di saggezza orientale. Quindi, questo è il primo step, senza il quale non ci sono nè un secondo nè un terzo. 

Vedremo i passi successivi in questo ciclo di serate, un passo alla volta.

Sull'autore

Daniel Bravo

Laureato in Economia, sono nato a Santiago del Cile. Vivo attualmente a Valeggio sul Mincio. Coach e Trainer per oltre 20 anni, sono anche padre di un figlio di 10 anni. Grazie a lui ho avuto l’ispirazione e coraggio di scrivere il mio primo libro: "Il Viaggio di un Padre alla Scoperta di Se Stesso".

Ho creato un percorso di genitorialità e Auto-Realizzazione chiamato "Truthful Parenting" (Genitore Autentico), che intreccia l’esperienza vissuta come padre e 22 anni di meditazione e ricerca spirituale. Riflette un percorso interiore con oltre 15 viaggi in India e Messico e circa 200 workshop/corsi come Trainer/Coach.

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