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Tornare o vivere nel presente vuol dire non lasciarsi catturare dal passato e dal futuro. 

Ecco perché la questione su come stare nel momento presente è una sfida che tutti gli essere umani vivono, e un motivo per imparare sempre di più dai bambini, che, in modo naturale, vivono il momento come l’unica realtà esistente. I genitori siamo in questo senso, nella scuola perfetta per osservare ed imparare. 

Mi ricordo perfettamente di come mio figlio, quando era più piccolo, faceva molta fatica a capire il concetto di domani, il dopo, il rimandare a domani ciò che voleva in quel momento.

Chiunque conosca la meditazione, o mindfulness, sa che si tratta di tornare una ed un’altra volta nel momento presente. 

Quando si torna qui ed ora, si possono trovare due tipi di situazione: condizioni di felicità, e tanti, tanti elementi rinfrescanti e curativi a portata di mano. È in questo qui ed ora che scopriamo la consapevolezza, che non è un movimento della mente, che è un non sapere, pieno di sorpresa e freschezza.

La seconda situazione che possiamo incontrare quando torniamo al momento presente è un senso di conflitto, di divisione, di lotta con quello che c’è, di resistenza, di disagio. Tutto questo può essere sintetizzato col termine di sofferenza

Infatti, questo senso di sofferenza è, spesso, l’elemento trainante nella propria realtà, solo che a nessuno piace riconoscerlo. Quindi, lo si evita, lo si nasconde o lo si nega. Tutto questo perché, quando inizia a manifestarsi, non piace. Ecco perché lo si rifiuta e si cerca di scappare, pretendendo che non sia lì.

Ma così, nessuno si prende cura di quel sentito o di quella emozione poco gradevole. Allora, essa persiste, finché qualcuno non le dà retta. 

 

Tornare al momento presente, in questo caso, non è riconoscere gli elementi di gioia e felicità, ma è avere l’opportunità di prendersi cura della propria sofferenza. Questo è l’unico modo per far sì che questa sensazione si possa trasformare, diventando un portale per il risveglio interiore. 

Dove più spesso ci confondiamo è nella idea che, ok, me ne prendo cura e quindi, devo trasformarlo, devo cambiarlo, quando invece è lui a trasformarci! Questo è un passaggio fondamentale. Nostro unico compito è essere disponibili. E’ sempre lui, il dolore, a lavorare su di noi, e non il contrario. 

Cosicché, anche se il momento presente è insopportabile, tornare qui è la sola possibilità per noi di fare un qualcosa per cui quello che c’è, si possa trasformare. 

La maggior parte delle persone non agisce così perché non le è stato insegnato e perché teme, o crede, che, toccando il proprio dolore, verrà sopraffatta dalla sofferenza, il che, però, è una credenza frutto dell’ignoranza. Questo spiega perché si tende sempre a fuggire. Come? Immaginando qualcosa nel futuro, o andando nel passato per distrarsi, ma il passato e il futuro sono solo proiezioni della mente. Un costrutto mentale, non sono un’esperienza. Nessuno ha mai sperimentato adesso, con i sensi questo passato o questo futuro. Non è possibile.  

Un altro meccanismo è la speranza, che nasconde il dolore dentro, facendoci tornare al passato o proiettandosi  verso il futuro, immaginando che ci sarà una qualche speranza in quel movimento, forse la fine della sofferenza in un altro momento. Il punto è che tutto ciò non dura a lungo. 

Altro meccanismo di fuga o evasione è il consumare: ecco che la nostra società è uno specchio perfetto di questo meccanismo. Anzi, tutti parliamo di una società “basata sul consumo”. Leggiamo riviste e guardiamo la televisione, investiamo le nostre energie cercando qualcosa da mangiare, ascoltando musica, tenendo una conversazione al telefono. In questo contesto, ogni cosa che facciamo, la facciamo, inconsapevolmente, nella speranza che si possa evitare il confronto con la propria sofferenza o con il vuoto interiore. 

È in questo modo che, senza rendercene conto, alimentiamo la sofferenza e questa cresce in noi. Allora, la pratica della mindfulness, truthfulness, o autoconsapevolezza, ci aiuta a tornare a casa, nel presente, così com’è, prendendoci cura di quello che c’è, senza giudizio o preferenza. 

Anche se il momento non è piacevole, è proprio in quel momento che possiamo abbracciare la sofferenza, e subire una trasformazione irreversibile della nostra percezione, culla dell’esperienza umana. 

Così, la prossima volta che ci troviamo in un momento presente non piacevole, non  pensiamo più che scappare da esso sia la via migliore. No, la sofferenza viene vista come un’opportunità. A volte come un dono, quando siamo più sciolti nel nostro viaggio interiore. 

Quindi, stiamo nel momento e guardiamo in profondità nella natura delle nostra sofferenza. In questo senso, la pratica del respiro consapevole,  o il camminare consapevole, genera delle condizioni favorevoli per far sì che l’energia della consapevolezza possa manifestarsi. E quella energia della consapevolezza, generata dalla pratica, ci aiuta ad avere l’atteggiamento giusto per riconoscere e contrastare il dolore, abbracciandolo con tenerezza e senza resistenza. 

Questa è una pratica che va fatta anche in pochi minuti e i risultati sono evidenti, verificabili da chiunque. Funziona!

Farlo assieme ad altri crea poi un effetto d’onda e sinergico, e l’energia che viene sprigionata si moltiplica, beneficiando tutti. Nel farlo con gli altri ci esponiamo alla compassione, alla guarigione, alla vera libertà che emerge solo nella condivisione e non nell’isolamento. Perché essere liberi significa essere di aiuto per gli altri. La libertà, paradossalmente, non è mai individuale o divisiva. 

È nell’aiutare gli altri, senza obbligarsi a farlo, che ci realizziamo come esperienza ed evolviamo come umanità. Questa esperienza,  che non è nostra, è al servizio di un altro, che non è un altro, separato da questa esperienza. Un figlio, la nostra compagna, un amico o uno sconosciuto. Il viso non è così rilevante.  

Quindi, la pratica non deve essere solo individuale, ma deve essere anche collettiva.

Senza un gruppo di persone, il nostro sogno non può diventare realtà. Dunque, fare parte di un gruppo di persone è sempre una strada migliore. 

Link di Thich Nhat Hanh che risponde alla domanda

"

La paura è la Mente pensando al futuro. 

Il rimpianto è la Mente pensando al passato. 

L'insoddisfazione, è la Mente pensando a quello che dovrebbe essere.

La sfiducia, è la Mente che mente.

ll Silenzio invece è la mente dissolta nel Qui ed Ora."


Daniel Bravo

Sull'autore

Daniel Bravo

Laureato in Economia, sono nato a Santiago del Cile. Vivo attualmente a Valeggio sul Mincio. Coach e Trainer per oltre 20 anni, sono anche padre di un figlio di 10 anni. Grazie a lui ho avuto l’ispirazione e coraggio di scrivere il mio primo libro: "Il Viaggio di un Padre alla Scoperta di Se Stesso".

Ho creato un percorso di genitorialità e Auto-Realizzazione chiamato "Truthful Parenting" (Genitore Autentico), che intreccia l’esperienza vissuta come padre e 22 anni di meditazione e ricerca spirituale. Riflette un percorso interiore con oltre 15 viaggi in India e Messico e circa 200 workshop/corsi come Trainer/Coach.

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